Custodire Pasolini: la Torre di Chia e il paradosso italiano della tutela
Ci sono luoghi che appartengono a qualcuno e luoghi che, pur continuando ad avere un proprietario, finiscono inevitabilmente per appartenere anche alla memoria degli altri. La Torre di Chia, nel territorio di Soriano nel Cimino, è uno di questi, perché non è soltanto una costruzione medievale immersa nel paesaggio della Tuscia e non è neppure semplicemente un immobile sul quale oggi si confrontano titoli, sentenze, diritti collettivi e interpretazioni giuridiche: è un luogo entrato nella geografia culturale italiana attraverso Pier Paolo Pasolini, che lo scelse come dimora e spazio di lavoro, facendone uno dei punti più intimi della propria vicenda intellettuale.
Pasolini aveva conosciuto quei luoghi durante le riprese de Il Vangelo secondo Matteo e successivamente fece di Chia uno dei propri rifugi; la Torre e la residenza realizzata nel paesaggio circostante entrarono così nella sua biografia e nella storia della cultura italiana, tanto che proprio qui maturarono anche parti di Petrolio e delle Lettere luterane. Nel 2001 il complesso venne sottoposto a vincolo ministeriale per il suo rilevante interesse storico e culturale: un riconoscimento che sposta inevitabilmente la questione dal semplice possesso immobiliare a quella, assai più complessa, del patrimonio e della sua conservazione.
Ed è precisamente da qui che vorrei partire, perché sulla controversia giuridica che oggi interessa la Torre non intendo pronunciare una sentenza parallela a quella della magistratura, né trasformare la critica d'arte in un'improvvisata disciplina forense. Mi interessa invece una questione differente, forse persino più elementare: che cosa significa essere custodi di un bene culturale?

Possedere un bene culturale non significa necessariamente custodirlo
La lingua italiana, quando vogliamo ascoltarla, sa essere molto precisa: possedere e custodire non sono sinonimi. Si può possedere un edificio e assistere lentamente al suo deterioramento, così come si può disporre di un titolo perfettamente valido senza comprendere fino in fondo il valore storico, artistico o simbolico di ciò che quel titolo consegna alle nostre mani; allo stesso modo, si può diventare proprietari di un luogo comprendendo immediatamente che quell'acquisto comporta una responsabilità che eccede l'interesse individuale, perché alcuni beni continuano ad appartenere giuridicamente a qualcuno mentre culturalmente appartengono a una comunità molto più vasta.
È esclusivamente sotto questo profilo che mi interessa osservare la vicenda di Gabriele Gallinari. Nel 2021 Gallinari acquistò il complesso dopo che il Ministero della Cultura non aveva esercitato il diritto di prelazione; successivamente furono avviati interventi di restauro sotto la supervisione della Soprintendenza competente e venne stipulata una convenzione con il Comune di Soriano nel Cimino finalizzata anche alla fruizione pubblica del luogo. Non sono circostanze che dobbiamo ricostruire attraverso testimonianze sentimentali o impressioni personali: sono riportate nell'atto di sindacato ispettivo presentato al Senato il 22 settembre 2026.
Accade dunque qualcosa che in Italia dovrebbe apparire perfettamente normale e che, invece, troppo spesso finisce per assumere il carattere dell'eccezione: un privato acquista un bene culturalmente rilevante e decide di farsene carico, investendo nella conservazione, confrontandosi con gli organi preposti alla tutela e consentendo che il luogo continui ad avere una dimensione pubblica e culturale. Fonti giornalistiche riferiscono inoltre che Gallinari abbia sostenuto con risorse proprie il restauro e aperto il complesso in occasione di spettacoli, reading e iniziative culturali.
In altre parole, non acquista soltanto dei muri.
Assume una responsabilità
La tutela non è una targa applicata sulla facciata
In Italia abbiamo sviluppato un rapporto quasi liturgico con la parola tutela. Vincoliamo, cataloghiamo, decretiamo, notifichiamo, protocolliamo e costruiamo intorno ai beni culturali un apparato giuridico tra i più articolati al mondo, salvo poi trovarci inevitabilmente davanti alla domanda che nessun decreto può eludere: chi se ne prende materialmente cura? Perché le pietre, con una certa ostinazione, non leggono i decreti ministeriali; i tetti non conoscono il Codice dei beni culturali, l'umidità non arretra davanti a un vincolo della Soprintendenza e un edificio storico non sopravvive semplicemente perché un documento ne ha riconosciuto l'importanza. Un bene attraversa il tempo quando qualcuno lo osserva, lo mantiene, interviene quando necessario, sostiene costi, assume responsabilità e comprende soprattutto che conservare non significa congelare qualcosa in una condizione immobile, ma consentirgli di continuare a esistere senza perdere ciò che ne determina il valore.
È questa, a mio giudizio, la distinzione essenziale tra tutela formale e custodia concreta. La prima è indispensabile perché stabilisce regole, limiti e responsabilità; la seconda lo è altrettanto perché trasforma quelle regole in azioni quotidiane. Pensare che una possa sostituire completamente l'altra significa dimenticare la natura fisica del patrimonio culturale.
Da questo punto di vista, il comportamento di Gallinari può essere osservato indipendentemente dalla controversia sulla titolarità del bene: il restauro sotto supervisione della Soprintendenza e la convenzione finalizzata alla fruizione pubblica sono fatti richiamati anche in sede parlamentare, ed è precisamente su questi fatti che un critico può esprimere un giudizio culturale senza pretendere di sostituirsi a un giudice.
Il mio argomento, dunque, non riguarda il catasto. Riguarda la cura.
La Torre di Chia e il confine tra diritto e critica
A questo punto la vicenda entra in un territorio assai più complesso. Nel 2025 il Commissario competente in materia di usi civici ha accolto la rivendicazione relativa alla natura collettiva del bene, dichiarando terreni e fabbricati proprietà collettiva dei “naturali di Chia”, annullando il contratto del 2021 e disponendone la reintegrazione nel patrimonio civico; Gallinari ha impugnato la decisione davanti alla Corte d'Appello di Roma e ha chiesto la sospensione dei suoi effetti, richiesta respinta il 14 maggio 2026, mentre la decisione sul merito dell'appello è prevista per il 4 luglio 2028. Il 16 giugno 2026 la Regione Lazio ha quindi avviato il procedimento di reintegra demaniale e, nel settembre successivo, la vicenda è arrivata alla fase del rilascio dell'immobile.
Qui è necessario fermarsi con grande precisione, perché la Corte d'Appello non ha ancora deciso il merito dell'appello: ha respinto la richiesta di sospendere gli effetti della decisione impugnata. È una distinzione fondamentale, soprattutto quando si affronta pubblicamente una vicenda giudiziaria ancora aperta. Non intendo stabilire se la ricostruzione dell'Università Agraria sia giuridicamente corretta né se lo siano le contestazioni di Gallinari; non intendo pronunciarmi sulla natura dei terreni, sulla validità degli atti precedenti o sugli effetti definitivi dei diritti di uso civico. Esiste una magistratura chiamata precisamente a rispondere a queste domande ed è corretto che rimangano nel luogo naturale del diritto. Ma proprio quando termina la mia competenza giuridica comincia la domanda che considero di pertinenza culturale: che cosa accade alla tutela concreta quando viene meno il soggetto che fino a quel momento ha materialmente sostenuto quella tutela?
Questa non è una domanda sulla proprietà. È una domanda sulla responsabilità.
Il privato può essere custode del patrimonio collettivo?
Sopravvive talvolta, nel dibattito italiano, un equivoco piuttosto elementare secondo il quale ciò che è pubblico sarebbe per propria natura meglio tutelato, mentre ciò che appartiene a un privato dovrebbe essere osservato con una certa diffidenza. La storia dell'arte italiana, fortunatamente, è molto più complessa delle nostre semplificazioni ideologiche: una parte straordinaria del patrimonio arrivato fino a noi è passata attraverso committenze private, famiglie, istituzioni ecclesiastiche, collezionisti, mecenati, amministrazioni pubbliche, fondazioni e singoli individui, in una continua alternanza tra interesse personale e responsabilità collettiva.
Non dovremmo quindi scandalizzarci perché un bene culturale appartiene a un privato, così come non dovremmo tranquillizzarci automaticamente perché appartiene a un soggetto pubblico o collettivo; dovremmo piuttosto domandarci come viene conservato, studiato, reso accessibile e trasmesso.
La vicenda di Chia è ancora più interessante proprio perché la posizione opposta possiede una propria logica che non deve essere caricaturizzata: l'Università Agraria sostiene infatti che l'esecuzione della sentenza non significhi trasferire il bene da un privato a un altro, bensì restituirlo alla collettività titolare del dominio, richiamando la natura dei beni collettivi e degli usi civici. È un argomento giuridico e storico che merita rispetto e che impedisce di ridurre la vicenda alla favola rassicurante del privato virtuoso contro l'istituzione insensibile. Ma proprio questa complessità rende ancora più urgente la domanda culturale. Qualunque sia il soggetto che alla fine risulterà legittimato a disporre del complesso, la qualità della tutela dovrà almeno eguagliare quella garantita negli anni precedenti, perché il patrimonio non può essere il danno collaterale di una controversia sulla sua appartenenza.

Quando il merito della cura diventa invisibile
Esiste una singolare sproporzione nel modo in cui raccontiamo il patrimonio italiano: quando un edificio storico viene abbandonato siamo prontissimi a domandarci dove fossero le istituzioni, mentre quando qualcuno impiega risorse, tempo e responsabilità nella sua conservazione tendiamo a considerare tutto questo quasi come un adempimento amministrativo, qualcosa di inevitabile e dunque culturalmente poco interessante.
Non lo è affatto!
La conservazione del patrimonio italiano dipende anche da persone che decidono di trasformare il possesso, la disponibilità o la gestione di un bene in una forma di custodia; non è necessario distribuire encomi né costruire agiografie, ma sarebbe altrettanto miope fingere che il lavoro compiuto non esista nel momento in cui cambia il quadro giuridico.
Nel caso della Torre di Chia questa domanda ha ormai superato il dibattito giornalistico ed è arrivata direttamente in Parlamento. Il 22 settembre 2026 un gruppo di senatori ha presentato un'interrogazione al Ministro della Cultura chiedendo, tra le altre cose, se la Soprintendenza abbia verificato lo stato di conservazione del complesso e gli interventi realizzati, quali iniziative possano evitare che il procedimento sugli usi civici pregiudichi la tutela effettiva del bene e quali strumenti possano garantire la prosecuzione del restauro, la valorizzazione e l'accessibilità regolata della Torre.
È un passaggio importante perché dimostra che la domanda sulla conservazione non è un espediente retorico costruito intorno alla vicenda Gallinari: è diventata una questione istituzionale. Ed è qui che, paradossalmente, l'interrogazione parlamentare finisce per porre anche una domanda da critico d'arte:
chi custodirà la Torre?
Il paradosso di Pasolini
C'è qualcosa di quasi inevitabilmente pasoliniano nella vicenda di Chia: un luogo scelto da uno degli intellettuali più insofferenti verso le contraddizioni dell'Italia contemporanea si trova, mezzo secolo dopo, al centro di una contraddizione che riguarda proprietà, memoria, istituzioni, comunità e conservazione.
Sarebbe fin troppo facile immaginare che cosa Pasolini avrebbe pensato di tutto questo, ed è proprio per tale ragione che preferisco non farlo. I morti illustri vengono convocati con eccessiva disinvoltura per sostenere le opinioni dei vivi, mentre probabilmente il rispetto migliore che possiamo riservare a un intellettuale consiste nel non attribuirgli parole che non può più pronunciare.
Possiamo però osservare il paradosso senza bisogno di prestargli una voce: da una parte esiste una controversia relativa alla natura collettiva del bene, sulla quale la magistratura è ancora chiamata a pronunciarsi definitivamente; dall'altra esiste un complesso riconosciuto per il proprio interesse storico e culturale, restaurato negli ultimi anni sotto la supervisione degli organi di tutela e reso accessibile attraverso una convenzione con il Comune, il cui futuro conservativo è oggi sufficientemente incerto da avere determinato un'interrogazione al Ministro della Cultura. Non occorre aggiungere indignazione.
I fatti possiedono già una loro ironia.
Ed è precisamente qui che una controversia apparentemente locale diventa una questione nazionale, perché la Torre di Chia ci costringe a domandarci quale idea abbiamo realmente della conservazione: se essa coincida con un insieme di procedure, pur indispensabili, oppure se richieda anche un rapporto concreto e continuativo tra persone, luoghi e memoria.
Un bene culturale ha bisogno di qualcuno che se ne prenda cura
Non conosco quale sarà la conclusione giudiziaria di questa storia e non è compito della critica anticiparla. Posso però osservare ciò che appartiene alla storia materiale recente della Torre: un luogo indissolubilmente legato a Pier Paolo Pasolini, un complesso sottoposto a vincolo per il proprio interesse storico e culturale, un privato che lo ha acquistato nel 2021 dopo il mancato esercizio della prelazione ministeriale, interventi di restauro avviati sotto la supervisione della Soprintendenza e una convenzione con il Comune finalizzata alla fruizione pubblica. Sono questi i fatti sui quali ritengo legittimo costruire un giudizio culturale.

E il mio giudizio è che, sotto il profilo della conservazione e indipendentemente da ciò che verrà stabilito sulla proprietà, Gabriele Gallinari abbia esercitato in questi anni una funzione di custodia.
Dirlo non significa attribuirgli diritti che spetta alla magistratura accertare, né significa negare le ragioni rivendicate dall'Università Agraria di Chia; significa riconoscere che la storia di un bene culturale non è composta soltanto dai passaggi di proprietà, ma anche dagli interventi che ne hanno consentito la conservazione, dalle persone che vi hanno investito risorse e dalle occasioni nelle quali quel bene è stato nuovamente aperto alla comunità.
Per questo, a mio avviso, la domanda che dovrebbe accompagnare ogni futura decisione sulla Torre non è soltanto “a chi appartiene?”, ma anche “chi ne garantirà la cura?”. Le due questioni non coincidono e sarebbe pericoloso comportarsi come se la risposta alla prima risolvesse automaticamente anche la seconda.
Un bene culturale può essere dichiarato vincolato, protetto, inalienabile, catalogato e celebrato; può appartenere a un individuo, a un'istituzione o a una collettività, ma la sua materia rimane vulnerabile al tempo, all'abbandono e all'indifferenza. Il diritto stabilirà a chi spetta la Torre di Chia. La tutela dovrà stabilire come consegnarla al futuro.
Ed è forse questo il punto che la vicenda di Pasolini ci obbliga finalmente a comprendere:
un bene culturale può cambiare proprietario; non dovrebbe mai rimanere senza custode.



