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Ferrari e musica al Museo Enzo Ferrari: Greatest Hits tra design, mito e cultura visiva

1 giorno fa
Tempo di lettura: 9 min

Che cosa accade a un'automobile quando entra in un museo? La risposta apparentemente più semplice sarebbe che smette temporaneamente di essere utilizzata e diventa un oggetto da osservare, ma è proprio questa trasformazione a rendere la questione molto più interessante, perché il museo non modifica soltanto il modo in cui guardiamo le cose: modifica il sistema di relazioni attraverso il quale attribuiamo loro un significato. Una Ferrari, sottratta alla strada e collocata all'interno di uno spazio espositivo, continua naturalmente a essere un'automobile, con la propria ingegneria, la propria funzione e la propria storia industriale, ma contemporaneamente diventa design, documento, testimonianza di un'epoca e, in alcuni casi, persino frammento della biografia di chi l'ha posseduta.

È questa la prospettiva attraverso la quale trovo particolarmente interessante The Greatest Hits – Music Legends and Their Ferraris, la mostra inaugurata il 18 febbraio 2026 al Museo Enzo Ferrari di Modena e visitabile fino al 16 febbraio 2027, un percorso costruito intorno al rapporto tra le vetture del Cavallino e alcune grandi personalità della musica internazionale. Automobili appartenute o legate a musicisti, fotografie, immagini e contenuti sonori costruiscono una narrazione nella quale l'oggetto meccanico non viene presentato soltanto per ciò che è capace di fare, ma per ciò che ha finito culturalmente per rappresentare.


The Greatest Hits al Museo Enzo Ferrari di Modena mostra dedicata a Ferrari e leggende della musica

Quando un’automobile entra in un museo cambia il nostro modo di guardarla

Un museo possiede un potere che tendiamo spesso a sottovalutare: isolare un oggetto dalla continuità del mondo e obbligarci a guardarlo. È accaduto con gli utensili, con gli abiti, con la fotografia, con gli oggetti industriali e naturalmente con il design; accade anche con l'automobile, che una volta privata del movimento rivela caratteristiche che la velocità normalmente nasconde, perché la carrozzeria diventa superficie, la proporzione diventa composizione, il dettaglio tecnico assume una qualità plastica e perfino un elemento nato per ragioni aerodinamiche può essere osservato come parte di un linguaggio formale.

Questo non significa, a mio giudizio, che sia sufficiente collocare una Ferrari dentro un museo per trasformarla automaticamente in un'opera d'arte. Sarebbe una scorciatoia critica fin troppo semplice. Significa piuttosto riconoscere che esistono oggetti nei quali progetto, funzione, innovazione tecnologica e ricerca estetica raggiungono una complessità tale da meritare una lettura culturale oltre che tecnica, e proprio in questo passaggio l'automobile può essere studiata come uno dei grandi dispositivi visivi della modernità: non soltanto un mezzo con cui l'uomo si sposta, ma una forma attraverso la quale racconta potere, desiderio, libertà, status, velocità e persino la propria idea di futuro.

The Greatest Hits compie un ulteriore passaggio, perché alle caratteristiche dell'oggetto aggiunge la biografia del proprietario. Una Ferrari appartenuta a un musicista non viene più osservata soltanto come esemplare di un determinato modello: diventa parte di una storia individuale e, attraverso quella storia, entra in un immaginario collettivo.


Da Maria Callas a Pavarotti: quando la provenienza modifica il significato dell’oggetto

Un collezionista conosce perfettamente il peso della provenienza. Due oggetti materialmente simili possono assumere un significato culturale completamente differente quando uno dei due è stato parte della vita di una personalità capace di segnare il proprio tempo, e non perché la materia si sia misteriosamente trasformata, ma perché all'oggetto si è sovrapposta una biografia.

È precisamente ciò che accade davanti ad alcune delle automobili riunite a Modena. La mostra attraversa generazioni e linguaggi musicali molto differenti: dalla F40 di Luciano Pavarotti alla Ferrari legata a Maria Callas, dalla 250 GTO di Nick Mason, batterista dei Pink Floyd e noto collezionista, alla 250 GT Lusso di Herbert von Karajan, fino alla one-off SP12 EC commissionata da Eric Clapton, alla LaFerrari verde di Jay Kay dei Jamiroquai e alle vetture associate alle generazioni musicali più recenti. Le fonti relative alla mostra documentano inoltre presenze che vanno da Miles Davis e John Lennon a Mick Jagger, Cher, Madonna, J Balvin e Swizz Beatz, costruendo una geografia musicale che attraversa classica, opera, jazz, rock, pop e hip-hop.

Non è un dettaglio secondario, perché davanti alla Ferrari di Pavarotti non vediamo più soltanto una F40 e davanti alla vettura appartenuta a un protagonista della storia del rock non osserviamo semplicemente un prodotto industriale. L'identità dell'oggetto è rimasta tecnicamente la stessa, ma la nostra percezione è cambiata: sappiamo chi l'ha scelta, immaginiamo una relazione, colleghiamo una forma a una voce, una carrozzeria a un personaggio, una macchina a un'epoca. La provenienza produce dunque una seconda stratificazione, invisibile eppure potentissima, che il museo rende leggibile.

È un fenomeno che conosciamo bene nella storia dell'arte e del collezionismo: gli oggetti non possiedono soltanto una materia, possiedono anche una biografia.


Ferrari e musica: il punto d’incontro è la performance

La relazione costruita dalla mostra tra automobile e musica rischierebbe facilmente di diventare un semplice esercizio di associazioni suggestive se non esistesse un elemento più profondo capace di tenere insieme i due mondi, e quell'elemento, a mio avviso, è la performance. Un musicista può possedere tecnica straordinaria senza produrre necessariamente un'esperienza memorabile, così come un'automobile può essere tecnicamente sofisticata senza diventare un'icona; in entrambi i casi esiste un punto nel quale disciplina, precisione, controllo e progettazione devono trasformarsi in esperienza.

È interessante che la stessa presentazione della mostra insista sul rapporto tra rigore e libertà, disciplina e istinto, innovazione e performance.

Non credo si tratti soltanto di una formula comunicativa efficace, perché musica e automobile condividono effettivamente una condizione particolare: entrambe possono essere progettate con estrema precisione, ma acquistano pienamente significato soltanto quando vengono messe in azione. Una partitura senza esecuzione rimane potenzialità; una macchina immobile conserva tutte le proprie caratteristiche, ma non restituisce ciò per cui è stata progettata.

Il museo introduce quindi un paradosso affascinante: espone immobili degli oggetti nati per il movimento e racconta attraverso immagini e suoni artisti la cui identità si è costruita attraverso la performance. È proprio per superare questa immobilità che The Greatest Hits ricorre al suono, alle fotografie, alle video-installazioni e alla narrazione, cercando di restituire all'oggetto statico qualcosa della vita che possedeva fuori dal museo.


Il suono diventa parte dell’allestimento

Una delle scelte più interessanti del progetto riguarda infatti la componente sonora. Una serie di podcast realizzati appositamente da Chora Media, con la partecipazione di Federico Buffa, accompagna il percorso attraverso storie e connessioni tra musicisti e automobili; l'allestimento comprende inoltre contenuti audiovisivi e un'esperienza finale denominata Ferrari Jukebox, trasformando il suono da semplice accompagnamento a elemento della costruzione museografica. È una scelta coerente perché una mostra dedicata alla musica potrebbe facilmente cadere nella contraddizione di raccontare il suono esclusivamente attraverso oggetti silenziosi. Qui, invece, l'audio introduce una seconda dimensione narrativa e permette al visitatore di attraversare contemporaneamente la materialità delle vetture e l'immaterialità del racconto.

Ed esiste poi un'altra musica, molto meno metaforica di quanto sembri: quella della macchina stessa. Il motore possiede timbro, intensità, frequenza, progressione e riconoscibilità, e non sorprende che Herbert von Karajan abbia associato il suono del dodici cilindri della propria 250 GT Lusso a un'esperienza musicale. La sua vettura è tra quelle presentate nel percorso modenese. Il rapporto tra Ferrari e musica, dunque, non si esaurisce nella circostanza biografica che molti musicisti abbiano acquistato automobili del Cavallino: esiste anche una cultura dell'ascolto della macchina, nella quale il suono meccanico partecipa alla costruzione dell'identità dell'oggetto.


Design, desiderio e identità: perché un artista sceglie un’automobile

Rimane tuttavia una domanda che considero ancora più interessante: perché conoscere l'automobile scelta da un artista dovrebbe dirci qualcosa dell'artista stesso? Naturalmente sarebbe ingenuo trasformare ogni acquisto in una dichiarazione estetica consapevole; non tutto ciò che appartiene a un personaggio celebre costituisce un autoritratto e non bisogna attribuire agli oggetti intenzioni che i loro proprietari non hanno mai dichiarato. Eppure le cose con cui scegliamo di circondarci partecipano inevitabilmente alla costruzione della nostra identità pubblica e privata, soprattutto quando possiedono una forza simbolica tanto riconoscibile.

Una Ferrari non è mai stata culturalmente neutrale. È velocità, tecnologia, competizione, lusso, design italiano, esclusività, desiderio, ma soprattutto è un oggetto immediatamente identificabile, capace di comunicare prima ancora di essere utilizzato. Per una rockstar, un direttore d'orchestra, un tenore o un protagonista della cultura pop, scegliere una determinata vettura può quindi inserirsi, consapevolmente o meno, dentro un sistema più ampio di gusto e autorappresentazione.

È qui che trovo particolarmente efficace l'eterogeneità di The Greatest Hits:

Maria Callas, Luciano Pavarotti, Miles Davis, Eric Clapton, Mick Jagger o Jay Kay non rappresentano la stessa idea di musica, e le automobili associate alle loro storie non raccontano la stessa idea di Ferrari.

La forza della mostra sta proprio nel permettere che un unico marchio attraversi identità profondamente differenti, trasformandosi di volta in volta in eleganza, eccentricità, ricerca della prestazione, collezionismo o dichiarazione personale. L'automobile diventa così una specie di ritratto indiretto: non il volto dell'artista, ma uno degli oggetti attraverso i quali quell'artista ha scelto di abitare il proprio tempo.


L’automobile è un’opera d’arte?

Arrivati a questo punto la domanda è quasi inevitabile, soprattutto per chi si occupa di critica d'arte: possiamo considerare una Ferrari un'opera d'arte?

Personalmente diffido delle risposte troppo rapide, soprattutto quando sono lusinghiere. Definire “opera d'arte” qualunque oggetto particolarmente bello rischia di impoverire tanto l'arte quanto il design, perché cancella le differenze tra discipline che possiedono storie, funzioni e sistemi produttivi differenti. Una Ferrari nasce attraverso un processo industriale e progettuale nel quale forma, ingegneria, aerodinamica, tecnologia e funzione sono inseparabili; riconoscerne la straordinaria qualità estetica non obbliga a trasformarla in pittura o scultura per conferirle dignità culturale.

La questione interessante è semmai un'altra. Il Novecento ci ha insegnato definitivamente che il museo non è abitato soltanto dalle arti tradizionali e che la cultura visiva comprende architettura, moda, fotografia, grafica, cinema, pubblicità, prodotto industriale e design. L'automobile appartiene pienamente a questa storia perché poche altre invenzioni hanno modificato con altrettanta radicalità la percezione dello spazio, della distanza, della velocità e dello status sociale.

Una Ferrari può dunque essere studiata criticamente senza bisogno di promuoverla artificialmente al rango di scultura.

Il design non ha bisogno di fingersi arte per diventare cultura.

Ed è forse proprio questa distinzione a rendere la mostra più interessante per chi normalmente frequenta musei d'arte e non musei automobilistici.


Greatest Hits e il museo contemporaneo: non conservare soltanto oggetti, ma relazioni

Il museo contemporaneo sta progressivamente abbandonando l'idea di essere soltanto il luogo nel quale una sequenza di oggetti viene ordinata e mostrata al pubblico; sempre più spesso ciò che viene esposto è una rete di relazioni, nella quale il manufatto diventa il punto di partenza per raccontare persone, contesti, trasformazioni sociali e immaginari.

The Greatest Hits appartiene chiaramente a questa impostazione. Le Ferrari sono indispensabili, naturalmente, ma da sole non sarebbero sufficienti a costruire la mostra che stiamo osservando: acquistano significato attraverso fotografie, suoni, testimonianze, biografie e associazioni, fino a costruire un percorso nel quale la storia dell'automobile si intreccia con quella della musica e del costume. Le vetture esposte comprendono, tra le altre, la 250 GTO di Nick Mason, la 250 GT Lusso di Herbert von Karajan, la SP12 EC realizzata per Eric Clapton, la 512 TR di J Balvin e la SF90 XX di Swizz Beatz. È un approccio che trovo significativo perché restituisce all'oggetto la complessità della propria esistenza: un'automobile non nasce dentro una teca e non vive in un catalogo, ma attraversa strade, persone, fotografie, racconti, desideri e trasformazioni del gusto; quando arriva in un museo porta con sé tutte queste stratificazioni e il compito curatoriale consiste precisamente nel renderle visibili senza lasciare che la spettacolarità dell'oggetto divori la storia che dovrebbe raccontare.


Guardare una Ferrari significa anche guardare il Novecento

C'è infine una ragione per cui considero The Greatest Hits qualcosa di più di una riuscita contaminazione tra musica e motori. Attraverso queste automobili possiamo osservare una parte della cultura del Novecento e del primo ventennio del XXI secolo, perché intorno alla macchina si sono concentrate alcune delle grandi ossessioni della modernità: velocità, libertà individuale, tecnica, consumo, celebrità, competizione, design, lusso e costruzione dell'immagine personale.

Che una Ferrari sia appartenuta a Maria Callas, Luciano Pavarotti, Nick Mason o a un protagonista della musica contemporanea costituisce quindi molto più di una curiosità per appassionati, perché mette in relazione la storia materiale dell'oggetto con la storia immateriale della celebrità. Il musicista lascia una traccia nella biografia della macchina e la macchina, a sua volta, entra nell'iconografia del personaggio; quando entrambe arrivano nel museo, quella relazione privata diventa finalmente materia di interpretazione pubblica. È proprio questo che mi interessa come critico: non stabilire se il rombo di un dodici cilindri possa essere equiparato a una sinfonia, né decidere se una carrozzeria debba essere chiamata scultura per poter essere ammirata, ma comprendere come gli oggetti diventino portatori di memoria e come il museo possa trasformare quella memoria in racconto culturale.

The Greatest Hits – Music Legends and Their Ferraris, visitabile al Museo Enzo Ferrari di Modena fino al 16 febbraio 2027, funziona quando riesce a compiere precisamente questa trasformazione: davanti a noi rimangono automobili straordinarie, ma dietro le carrozzerie cominciamo a vedere persone, epoche, desideri, linguaggi musicali e differenti modi di costruire la propria identità. E forse è questa la ragione per cui una mostra del genere può interessare anche chi, come me, guarda il mondo partendo dalla storia dell'arte:

perché la cultura visiva non comincia e non finisce davanti a un quadro. Talvolta ha quattro ruote, un motore e una storia che vale la pena ascoltare.

  • The Greatest Hits al Museo Enzo Ferrari di Modena mostra dedicata a Ferrari e leggende della musica
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GIUSEPPE CARLI

Critico d'arte, curatore, autore e ricercatore in arte contemporanea e cultura visuale

subdiale@gmail.com

© 2025 Giuseppe Carli Critic

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